domenica, 21 giugno 2009

DEVIANT. Mental/Part 5


Sono una torsione leggera nella tua mente.
Il mio volto è uno screentest per cinematografici sogni che abitano il tuo cervello.

Si può dire che Madre mi soffocava tutti i giorni.
Si può dire anche: due volte al giorno.

Se per farvi mangiare merda vi soffocassero, vi giuro che ingoiereste tutto ogni volta, lo fareste non appena un breve spiraglio d’aria vi venisse per un attimo concesso.
Poi succede che per tutto il tempo ad avvenire la merda resterà dentro il vostro cervello. Sarà motivo di vita e cruento piacere.

Era l’attendere il palmo della sua mano che si apriva lo scopo di ciò che posso chiamare l’evoluzione del gioco della vostra amichevole Angel.
Immaginatevi che la morte vi venga a trovare tutti i giorni.
Madre era un Cristo senza più passione negli occhi.
Cristo stesso andava forte con le sue illusioni. Talmente forte che nessuno si è mai chiesto se davvero abbia sofferto o stesse recitando alla grande su quella croce.
La sua Passione é la più grande illusione di tutti i tempi.
Immaginatevi esseri divini. Avere il potere di fare ogni cosa. La capacità di annullare la sofferenza su di voi con un miracolo. Il non sentire niente.
Si può dire anche: Houdini anno zero.
Il miracolo mai citato. Il punto era solo trovare qualcosa che avrebbe convinto persino chi in lui ancora non credeva.
Non è importante che si creda in voi e in quello che fate o dite, è importante trovare qualcosa che già sia radicato in loro e convincerli che provenga da voi.
Si può dire che non si guarisce chi non vuole essere curato.
Si può dire anche che chi lo dice, si rivolge prima di tutto a se stesso.
Si può anche dire: manipolazione inconscia di chi ha già staccato la spina e rischia di strappare anche la vostra.
Basta una torsione leggera nella tua mente a cambiare le cose.

La sofferenza è la prima vera scoperta che un bimbo prova e si trascina fino alla morte. Lo strumento perfetto su cui l’attenzione si concentra. Il magico diversivo. Semplice induzione a credere, prima ancora che le cose accadano.
Il grande colpo di scena si attua nel momento in cui hai già convinto.
Il gioco è semplice. La vita non è altro che una matassa intricata di turbati pensieri che stringono ed alterano i sensi.
La vita è la gola che si gonfia mentre stai soffocando. Gli occhi che senti schizzare fuori. Gli spasmi dentro secondi di passione.
L’esplosione nell’alto dei cieli del grido Ελ(ο)ί Ελ(ο)ί λάμμασαβακτανί è il più grande colpo di scena della storia.
Si pronuncia Eloì, Eloì, lemà sabactàni.
I sottotitoli dicono Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato.
Fate che il vostro screentest della vita sia persuasivo.

Un grande comico coinvolge il pubblico. Riesce ad infettarti il buonumore non solo per quello che dice, ma perché la risata degli altri accanto è contagiosa. L’arma persuasiva. Come ho detto, il trucco non sta nel tuo voler convincere, ma nel tirare fuori le convinzioni già radicate negli altri e spacciarle per tue.
Ad uno spettacolo comico devi ridere o ti sentiresti fuori luogo. Se vai ad un funerale ti senti fuori luogo a non piangere. Se ci pensi bene tutto è determinato prima.
Quindi si può dire che il divino attore, chiuso dentro la sua carcassa umana, si è spogliato del dolore che sin dall’inizio ospita le nostre anime.
Si può dire che Cristo abitava una bambola.
Si può anche dire: bugia a fin di bene.
Ma si può anche dire: essersi bevuti il cervello.


Le mie ore sono pellicole mute.
Fotogrammi sgranati in bianco e nero che una piccola televisione accanto al letto riflette.

Più l’esasperazione consumava Madre, più lei diventava bella. Più bella era, più secondi vicino alla morte mi concedeva. Un solo errore attorno ai sessantasei secondi e lo spettacolo di Angel chiudeva i battenti.
La vita non era altro che una matassa intricata di turbati pensieri da sciogliere in sessantasei secondi.
Amavo giocare con la morte. Questo glielo dico adesso mentre l’acciaio di un coltello riflette i miei occhi contro la sua gola.

Madre non voleva uccidermi. Ma se lo avesse fatto l’avrebbe chiamata temporanea infermità mentale.
I suoi occhi erano quelli di chi sente di non avere altre alternative per ricominciare a vivere. Li avevo addosso due volte al giorno. Gli occhi di chi sente che gli stai lentamente strappando via l’anima.
Si può dire che Madre faceva tutto questo per guarire sé stessa.

Non puoi guarire chi non vuole essere curato.
Fate infiniti screentest fino a quando ogni vostro muscolo facciale non risponderà alla perfezione ad ogni domanda. Nessun suono. La parola è superata ed inutile verso chi non vedi fare altro che inseguire un diverso fine. La fine era ottenere la sua liberazione da me.
Nessuno è nato con la capacità di concedersi costantemente agli altri. La verità sta tutta in questo.
Non farti illusioni che lo sia, possibile, o sarà ancora più facile per me plasmarti a mio puro piacimento. Lo dico a Madre dopo aver leccato con la lingua l’acciaio e posato il mio odore contro la sua pelle liscia e profumata.

L’arte della persuasione consiste in una leggera pressione costante sull’anima.
Si può dire: una torsione leggera nella mente.

Ogni mia espressione erano risposte inconscie che già abitavano la tua mente. Più ti consumavi e ti bruciavi, più il tuo volere originale perdeva motivazione e scopo sino a crollare miseramente.
Ecco perché hai smesso di soffocarmi. Mi hai creduto.
La grande illusionista cui hai permesso poco alla volta di muoversi. Alzarsi. Uscire in giardino. Dormire stretta a te. Pulirti i pensieri con sorrisi dolci. Carezze. Sempre senza dire una parola. Solo tante facce di una me stessa costantemente screentest, tanti piccoli muscoli che si muovevano a ritmo con la tua mente. Arrivavo sempre prima. E’ facile quando hai catturato il volere di una persona.


Gocce dense e traslucide che scivolavano nella mia gola. Poi il suo premere forte con le mani sulla bocca e il mio naso. Meno ossigeno scorre nel sangue più tutti i tuoi sensi si alterano improvvisamente, si innalzano per poi precipitare. A quel punto hai già perso il controllo.
La gola e la faccia che si gonfiano, gli occhi che senti schizzare fuori, i polmoni dentro diventano spugne vuote che succhiano l’impossibile bruciando, poi arrivano gli spasmi e il torpore. Poi la morte.
Se per farvi mangiare merda vi soffocassero, vi giuro che ingoiereste tutto ogni volta non appena un breve spiraglio d’aria vi venisse per un attimo concesso.
Mai aria tutta insieme. Una violenza per volta.
Le molecole di ossigeno portano il tuo nome in gloria nell'alto di quei cieli in cui regna il volo distorto.


Sono un gioco di pazienza.
Sono uno screentest parte seconda.
Ottengo tutto quello che voglio. Non devo convincere nessuno che già non abbia in testa cosa vuole.
Una leggera pressione, costante, nel tempo.
Mi sorprendo di quanto tu sia intimamente legata al tuo ego. Il mio guarire non è altro che la liberazione da uno stato di profonda colpa. La vita per te è diventata una sala d’attesa davanti al reparto rianimazione. Un orologio. Il ticchettio dei secondi. Il freddo odore della chimica dei detersivi. Dei farmaci. Più l’odore è concentrato, più morte hai intorno.
La mia vita si divide e si gonfia sopra bagni di sogni.
E’ così genuino il male, Madre.
Hai presente quello stato in cui ti ritrovi sveglia e presente, ma ogni tua molecola la avverti immobile? Credimi, è roba da sballo. Diventi angelica. Praticamente perfetta. E' un pò come quando improvvisamente muori. Non importa quanto bastarda tu sia stata. La tua immobilità non è altro che la tua paura inconscia di morire. Non sono le droghe che ti ho dato da quando mi hai permesso di servirti. Di aiutarti. Di cucinarti le cose. Le stesse droghe che mi infilavi in gola. Le ho raddoppiate. Forse ancora di più. Non mi ricordo. Perdo pezzi da quando mi hai rinchiusa. Hai abusato dei miei nervi. Ti dico grazie. Ti dico ti amo. Ti dico mi ecciti. Ti dico che vorrei tornare dentro la tua pancia ed implodere.
Gli occhi indicano il coltello. La lama che accarezza il tuo ventre. Ogni graffio è gusto dolce per la mia lingua. La mia mano che preme forte a soffocarti. La mente conta sessantasei secondi.
Si può dire che già la seconda volta, la resistenza al soffocamento aumenta.
Si può anche dire: attaccamento alla vita.

Secondi. Tempo. Non hai idea di quanto sia per me prezioso, Madre.
Non voglio vivere fino a trent'anni. Né ci arriverò. Ho già scelto. Non si può fare altrimenti. Devo ricongiungermi con me stessa.
Per chiunque crepi è buona cosa aver già pronti ricordi in cui venga fuori il meglio della persona che era.
Mi rispondi appena ti libero, ti regalo ossigeno, mentre godi e piangi del tuo sapore sparso sulla mia bocca. Ha l’odore infetto dell’amore deviato.
Le tue labbra, di sale saporite, mi dicono ti amo.
Si può dire: vittima angelica.



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martedì, 31 marzo 2009

DEVIANT. Mental/Part 4


L’angoscia e le lacrime sono per penose bamboline dagli occhi gonfi.

Per ossa contorte nel tempo. Al centro della storia ci sono io. Deviata bolla d’aria capace di entrare ed uscire da ogni cuore con la rapidità di un solo, unico respiro.
Così è stato anche per te, Coca. Piccola cucciola sbranata dalla vita, i tuoi occhi di spillo nascosti tra le gambe, stretta nell’angolo del corridoio, accanto alla porta che tu avevi aperto.
Il tuo flebile mi dispiace sommerso dalle mie urla sempre più isteriche. Sapevi ripetere solo questo, mi dispiace.
I gomiti che premono forte i palmi contro i timpani per non sentirmi. Mi dispiace. Stronza bastarda. Mi dispiace. Per quante dosi ti sei venduta, puttana? Mi dispiace. Mi dispiace. Io che strillo con tutta la forza, con tutta me stessa, strillo così violentemente da vomitare sangue dalla gola e spietata sputarti addosso tutta la mia cattiveria passandoti accanto. Uomini dalle grosse mani mi stringono così forte polsi e caviglie da arrestare la circolazione. Un ago nel braccio mi spreme dentro liquido caldo. Mi trascinano fuori dalla porta, giù dalle scale. Sbatto ancora come una bestia indemoniata e urlo fin giù in strada fino a quando la portiera di una macchina si apre e mi risucchia dentro. Ancora poco e tutto che comincia a scivolare piano. Le luci della strada scandiscono secondi di distanza che percorro mentalmente. Qualcosa di caldo mi avvolge come una coperta. Sento i capelli incollarsi alla faccia. Lascio cadere la testa dentro un guscio di silenzio.

C'è un nero errore che galleggia viscido sul fondo della mia testa.
Non riesco a leggerlo.


Otturata da ogni altro suono che possa raccogliere un sogno.
Gli occhi mettono a fuoco un cielo muto chiuso dietro cancelli. Nuvole di cemento immobili a nascondermi.


Il sole l’hanno portato via le fate danzanti per donarlo alle brave bambine. Arrivano durante il sogno, ti prendono per mano e ti portano in volo nel mondo delle cose buone.


Per contare i giorni mi pianto forte a fondo le unghie sulla gamba. Mi scopro piano e conto tre a fatica. Il mio corpo è una precisa mappa, ogni percorso. Basta un tuo dito sulla pelle per seguirmi all’inferno. Vuoi venire con me?
Brilla la flebo vuota. Sintetica calma impiccata accanto.
Penso a Coca. Vorrei occhi di vetro come i suoi. Me li caverei per giocarci con le dita, farli brillare nel buio scantinato di Dorian. Penso a Dorian. A Dorian e Mel. Raccolgo e trattengo mentalmente ogni parola che tradurrò meglio che posso per te, ragazzo invisibile.

L’elegante donna di bianco vestita che entra. I suoi passi da modella. Il suo profumo leggero. Le gambe sottili e sode. Così perfette. Posa un giornale sul comodino. Si siede.
Morbide mani sul mio volto per un attimo. Tiepide toccano la figlia impestata dal male. I suoi occhi disegnati ad arte da un dio che amava le donne che si appoggiano sui miei. I capelli morbidi e lucenti ricadono su di me.
E’ quando dice bambina mia che forse capisco sia ora che ricominci a recitare ad arte la mia commedia. Lucido di lacrime i miei occhi fissandola. Lascio vibrare le labbra socchiuse, offro ospitalità nella mia gola a deboli singulti per poi strozzarli uno ad uno come tanti piccoli insetti. Una tragica melodia di disperazione da cornice a questo letto disfatto.
Lo so che cosa dice la tua testa. Lo so da troppo. Legacci di parole strette per chi ti circonda e vede il tuo solo volto da grande attrice. La mia bambina sta tanto male. E’ tanto malata. I dottori dicono che sono i nervi. Non so più che cosa fare. Lo hai detto tra le cosce della tua amante psicologa. Forse hai anche pianto mentre con la lingua ti leccava dolce per calmarti. Forse lo hai detto a tutti coloro che baciano e succhiano oggi i tuoi piedi.
Ci vuole talento per capire che la verità non esiste. E’ solo la conseguenza di uno scontro mortale tra emozioni giuste e sbagliate.
Un morboso rapporto tra il bene e il male.
Hai smesso di scoparmi quando sono diventata più bella di te. Più perfetta. Più giovanile. Più vitale e aggressiva. Quando non ti eccitava più avermi addosso. Le nostre notti bianche per te non sono più esistite da giorno in cui mi dicesti che è il male che hai dentro la testa che mi fa vedere e dire certe spudoratezze.
- Devi prendere le tue medicine e starai bene.
Mio padre non ha mai spiegato perché se ne andò.
Ci vuole talento per capire che la verità non esiste. Ci vogliono anni immersi nella chimica per reggere il gioco della vita.
Mi lasci delle pillole. Prendi il giornale e lo posi in fondo al letto.
Passano minuti immensi prima di addormentarmi. Da sempre il sonno è un interruttore in me che accende e spegne la bianca bambina. Quel piccolo mostro dagli occhi di vetro.

C'è un nero errore che galleggia viscido sul fondo della mia testa.
Non riesco a leggerlo.

Debole mi alzo. Mi siedo sul bancale. Le gambe livide raccolte sono il cavalletto di un quadro di carta. L’arte che guardo è la foto di Coca in bianco e nero. Riconosco quella foto. La teneva chiusa. Stretta al centro di un quaderno nudo di parole. Il titolo dell’opera a riempire la prima pagina.
Alcool e droga. Muore a sedici anni.
I cancelli mi riparano da tutto quello che fuori si muove. Io sono dietro, una goccia scura su un fondo bianco di silenzio.

Ci vuole talento per capire che la verità non esiste. E’ solo la conseguenza di uno scontro mortale tra emozioni giuste e sbagliate.
Sintetiche pellicole che avvolgono e stringono la testa.
La foto di Coca sono briciole di carta che volano oltre il cancello.
L’angoscia e le lacrime sono per penose bamboline dagli occhi gonfi.


Esistono microdesideri che si disperdono nello stretto spazio di una notte.
Troppe volte bruciano promesse dentro le nostre gole. Lasciamo colare i sogni fin dentro il cuore, per poi in esso lasciarli spegnere in un liquido amniotico che si chiama fragilità.
I microdesideri ingoiano macrodesideri perché così è più semplice ottenere frammenti di stupore.


Non c’è colpa che non si possa raccogliere sulla punta della lingua.
La mia voce nella segreteria telefonica di un qualsiasi numero. E poi un altro. E un altro ancora. Amo il bip. E’ sapore sulle mie labbra, ogni volta. E’ la mia goccia tiepida che appesa attende, ed improvvisamente cade dentro la bocca sorpresa di chi mi ascolta. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico. Bip. Inseguire e portare via se stessi, molte volte è l’inganno più grande. Lasciate un messaggio. Bip. Fare qualcosa non significa per forza voler cambiare le cose, è il solo volere che qualcosa succeda. Tutto qui… dopo il bip. La verità è che per quanto abbia corso, non ti ho mai voluto. Più mi sono mossa nella tua direzione più mi allontanavo da te. Bip. Ho distrutto la macchina perché è quello che volevo succedesse. Fare qualcosa. Bip. Ho usato la vita di Coca come rifugio. Qualcosa che succede. Segnale… Bip. Coca è morta. Non è una tragedia, è qualcosa che succede… acustico. Bip. Tu vuoi davvero arrivare a trent’anni? Mi vorrei di rosso dipinta dentro mani malate. Mi vorrei succhiare. Mangiare la viva, docile, carne. Bip. Tu vuoi davvero… Bip. … arrivare a trent’anni?



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...grazie.
 

 

"Liquido nero riversato dalle vene alla carta. Sensibilità interiormente amplificate che precipitano. Cuori in vetroresina. Chimica sottopelle."

SebastianGush@gmail.com

Streak of Insanity:

 

Acide Favole

 

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"Deviata bolla d'aria capace di entrare ed uscire da ogni cuore con la rapidità di un solo, unico respiro."

"C’è in me una luce introversa che dagli occhi cade ai piedi dei passanti. Si scioglie tra le ombre proiettate. Regalerei magie al primo sconosciuto capace di calpestarla."

"Sono carnefice delle favole irrisolte.
La bella gioia di Angel che recita la filastrocca della malvagia bambina. La bambina cui hanno strappato via  sale dalle punte degli occhi."

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